Cholet
Una riflessione sull’architettura neo-andina, scoperta 7 anni fa durante un viaggio in Bolivia, mi ha riportata con la mente (e la penna) lassù, a 4000 m s.l.m. a bordo della teleferica La Paz-El Alto

La cabina sospesa a mezz’aria avanza oscillando dolcemente.
Sembra danzare nel ripetersi regolare della sua coreografia meccanica, che esegue con liturgica precisione. Vibra, sobbalza ed emette rumori ferrigni ogni volta che il cavo intercetta un pilone, interrompendo per qualche istante l’ipnosi indotta dal suono ovattato che pervade l’interno e anestetizza la parola di fronte alla vista.
Sono sensazioni familiari per chiunque sia mai stato in montagna, con l’unica differenza che, nonostante l’altissima quota, non ci si trovi stavolta a penzolare lungo il dorso di un pendio alpino. Al posto del consueto paesaggio boschivo, sotto ai piedi sfila infatti un’immensa città.
Case di mattoni forati e telai di cemento armato a facciavista appaiono tutte uguali a perdita d’occhio. La densità edilizia è spaventosa, così come è straniante - per quanto perfettamente logico, considerata l’ostilità orografica - che si sia scelto di affidare la mobilità urbana a un impianto funicolare degno di un moderno comprensorio sciistico. La Cordigliera delle Ande e il massiccio innevato dell’Illimani fanno da sfondo alla gigantesca conca naturale all’interno della quale il paesaggio costruito si dipana, assecondando anche i versanti più ripidi. Lo scenario che mi si presenta davanti, mentre sono dall’altra parte del mondo a bordo di una funivia fuori contesto, è a dir poco surreale e alimenta un incessante flusso di interrogativi mentali sulle bizzarrie urbanistiche di La Paz, con cui sto facendo la mia prima conoscenza.



Lo scossone sull’ultimo pilone mi riporta con i piedi per terra, letteralmente. La cabina rallenta, si avvicina alla stazione: è il momento di cambiare linea.
Mi trovo in Bolivia da qualche giorno e con me c’è Dante, la guida locale che mi accompagna da quando ho attraversato il confine a Copacabana, lasciandomi il Perù alle spalle.
Il giro sulla teleferica1 della capitale amministrativa più alta del mondo è, a quanto pare, un immancabile rito turistico, sia per godere del panorama mozzafiato, sia perché costituisce l’unica alternativa utile per aggirare il traffico caotico e superare i vertiginosi dislivelli. Raggiungiamo dunque agilmente il percorso azzurro in direzione di El Alto: ex periferia ovest di La Paz e, dal 1988, città autonoma che si estende sull’Altopiano Andino a oltre quattromila metri sopra il livello del mare.





La funivia, il cui cavo è ormai orizzontale, sorvola l’affaccendata Avenida 16 de Julio2 ed è proprio qui che la monotona distesa di edifici fatiscenti, lasciati al grezzo, inizia a regalare qualche sorpresa inaspettata. Imponenti facciate dai colori sgargianti e apparati decorativi sopra le righe punteggiano, prima sporadicamente, poi a decine, il fitto tessuto urbano, conferendo ai fabbricati un’estetica che potrebbe essere frettolosamente liquidata come kitsch o huachafa3, per usare una parola imparata da poco a Lima.
Il mio sguardo incuriosito si posa su una di queste eccentriche strutture. Dante immediatamente lo intercetta:
«quello è un cholet. Perché in Bolivia ci sono la generazione bianca e l’indigena. Quella indigena che è venuta in città non vuole più essere considerata indigena, ma allo stesso tempo non appartiene nemmeno all’altra società. Allora loro sono i cholos. Qui abitano praticamente tutti loro. E siccome queste case non si possono chiamare chalet, allora le chiamiamo cholets».






Apprendo che quella che stiamo percorrendo è la Ruta de los Cholets, itinerario aereo privilegiato per osservare questi edifici ‘neo-andini’ che caratterizzano El Alto, giovane città satellite4 di prevalente etnia Aymara. La spiegazione di Dante, seppur in un italiano elementare, tradisce una questione di razza e di classe irrisolta alla base del fenomeno architettonico; a catturare la mia attenzione è soprattutto la ‘discriminante’5 radicata nel neologismo. Cholet è infatti la crasi linguistica tra chalet (vocabolo svizzero che indica l’omonima tipologia residenziale) e cholo (termine spagnolo utilizzato in Sud America per indicare gli individui meticci dai tratti marcatamente indigeni), ed è evidentemente rivelatrice di una tendenza la cui recentissima diffusione6, tutt’altro che trascurabile, incarna il legittimo tentativo di appropriazione culturale, autorappresentazione ed emancipazione da parte della nuova borghesia Aymara, la quale, visti gli esiti, sembrerebbe aver definitivamente trovato la propria cifra.

Alti dai tre ai sette piani e disposti l’uno accanto all’altro, i cholets occupano interi lotti e concentrano la propria unicità espressiva sul fronte strada, dove prospetti policromi e geometrici reinterpretano liberamente, in chiave stilizzata e moderna, i caratteri dell’architettura tihuanacota, l’iconografia andina, gli intrecci dei vivaci tessuti boliviani e altri variegati orpelli o artefatti che riflettono il gusto, le origini e l’identità dei committenti. All’interno, dal piano terra alla sommità, trovano rispettivamente collocazione spazi commerciali, sontuosi saloni per feste ed eventi, ambienti residenziali (di solito destinati ai principali membri della famiglia) e, naturalmente, lo chalet, ossia l’abitazione dei proprietari. Ne deriva un programma funzionale che si avvita agli interessi economici e alle usanze conviviali locali, rivolgendosi espressamente alla comunità alteña7 mediante un linguaggio architettonico che sfugge all’interpretazione del forestiero. Oltre al substrato sociale da cui il caso cholet è germogliato, è infatti opportuno osservare il contesto urbano in cui si inserisce (sostanzialmente refrattario al senso del luogo, privo di norme o di vincoli) attingendo di volta in volta a repertori diversi in base ai desideri dei singoli soggetti coinvolti.
Dante mi tira fuori dall’impasse di una lettura formale più approfondita8 - prevedibilmente destinata a lasciare il tempo che trova - distillando in poche parole ciò su cui continuo a rimuginare da circa un’ora:
«qui la gente costruisce come sente. È un modo libero. Sai, spontaneo e spensierato... senza tutta quella pianificazione».
La morale, del resto, è da ricercarsi proprio qui: nell’esplosione incontrollata di un’architettura popolare - figlia dell’ostinata urgenza collettiva di rivendicare un posto nel mondo - che rischia di essere percepita come artificiosa perché rifugge dai canoni abituali, dalle regole, da ogni forma di codificazione; perché non stempera le tinte forti né addomestica la propria esuberanza.
Eppure, con tutte le sue criticità, esiste nel modo più autentico possibile.
Da un’esperienza di viaggio.
La Paz - El Alto, Bolivia
Agosto 2019
Bibliografia
Continillo, Maria Chiara (2019). Ways of Seeing Architecture: Learning from El Alto. Tesi Magistrale in Storia e Teoria dell’Architettura. Politecnico di Milano
Bomholt, Marius (2024). Huachafo architecture between kitsch and aesthetic innovation. Instituto Universitario de Investigación Ortega y Gasset, UCM, Madrid
Costruito dall’azienda austriaca Doppelmayr e inaugurato nel 2014, il Mi Teleférico è il più esteso servizio pubblico a fune del pianeta. La rete di cabinovie, costituita da dieci linee operative per oltre trenta chilometri di tracciato, serve le città contigue di La Paz ed El Alto.
Il boulevard noto per la Feria 16 de Julio, il secondo mercato all’aperto più grande del Sud America. Ogni 16 di luglio una partecipatissima fiesta, accompagnata da una parata danzante in devozione alla Vergine del Carmen, anima la zona. Le attività commerciali (negozi, mercati, piccole attività all’ingrosso) e ricreative (eventi, feste private e popolari), sono i pilastri della vita sociale a El Alto.
Huachafo è un peruanismo in uso anche in Bolivia, generalmente assimilabile ai concetti di “kitsch”, “pacchiano” o “di cattivo gusto”. Il termine racchiude tuttavia significati socioculturali più complessi. Può essere usato per descrivere un’estetica percepita come eccessiva e ridondante, sottolineandone al contempo il carattere imitativo e aspirazionale, ossia il tentativo da parte delle classi popolari più povere di elevarsi, appropriandosi maldestramente dei codici estetici delle élite. Esistono però anche letture positive che associano il termine a un linguaggio a sé stante, non volto a copiare e degradare modelli preesistenti, quanto piuttosto a generarne di nuovi, dando forma a una maniera distinta - nella fattispecie profondamente peruviana - di intendere l’eleganza e la sofisticazione.
Parte dell’area metropolitana di La Paz, cui è direttamente collegata tramite la funicolare urbana, El Alto è la seconda città più popolosa della Bolivia, con oltre 885.000 abitanti. Supera la stessa La Paz già a partire dagli anni Duemila grazie a una crescita demografica ed economica rapidissima che affonda le sue radici nelle migrazioni successive alla Rivoluzione Nazionalista del 1952. Gli eventi aprirono le porte di La Paz a migliaia di indigeni, prevalentemente di etnia Aymara e precedentemente stanziati nelle aree rurali, i quali finirono per insediarsi ai margini. Eredità dell’epoca coloniale, la divisione razziale e sociale (classi abbienti/generazione bianca al centro e classi povere/generazione indigena relegate nelle periferie) si è mantenuta nel tempo nella struttura urbana della città.
La parola ‘discriminante’ è qui utilizzata in senso duplice: da un lato come fattore determinante per comprendere il senso del neologismo cholet; dall’altro come riferimento alla componente discriminatoria e razzista, ovvero all’accezione dispregiativa, insita nella parola cholo, utilizzata in Bolivia in riferimento alle popolazioni indigene, non bianche, impegnate in un tentativo di ascesa sociale ritenuto fallimentare.
Il primo cholet costruito a El Alto risale al 2006. A progettarlo è l’architetto boliviano autodidatta Freddy Mamani Silvestre, principale autore di questi edifici e figura simbolo della cosiddetta Architettura Neo Andina (o Nuova Architettura Andina). Oggi se ne contano diverse centinaia.
Gli abitanti di El Alto, gli alteños, sono i diretti interlocutori in quanto principali frequentatori e clienti dei cholets.
Sebbene oggi le cose siano sensibilmente cambiate, complice la crescente popolarità internazionale che questi edifici hanno acquisito negli ultimi anni sotto il cappello dell’Architettura Neo Andina (o Nuova Architettura Andina), il loro vocabolario continua a risultare difficilmente decifrabile. La continua variazione di simboli, riferimenti e apparati decorativi, che mutano nel tempo e al succedersi delle proprietà, rende quasi impossibile operare una lettura meramente formale o ricondurre gli esiti progettuali a un’etichetta stilistica precisa. Se il postmodernismo, ad esempio, recupera repertori e canoni della tradizione classica, qui manca una matrice stabile: i riferimenti estetici oscillano liberamente, contaminandosi senza gerarchie o codici fissi.


