Ombrelli di cemento e déjà-vu nerviani
Anatomia di una ricerca su Google, di un mercato coperto in Turkmenistan e del paradossale quanto geniale esercizio di riproporre in cemento una delle poche opere in acciaio del maestro del cemento.

Non sono una grande frequentatrice di YouTube, ma ogni tanto mi capita di guardare qualche video a tema viaggi, moto e corse.
E «come mai non video di architettura?», domanderebbe qualcuno.
«Beh, perché ‘quella‘ mi intrattiene tutti i giorni, tutto il giorno, in tutte le salse», risponderei io.
Ciò non toglie, però, che io la ami moltissimo e che, anche nei momenti di svago e distrazione, l’occhio finisca inevitabilmente per cadere - in fallo - su qualche edificio strano che compare sullo sfondo o su qualcosa che, anche solo trasversalmente, riguardi il costruire.
In sostanza, io cerco di prendermi una pausa dall’architettura e lei, giustamente, mi rincorre e mi riagguanta lungo la via.
Ebbene, succede la seguente cosa.
Incappo in un video di Nicolò Balini (Human Safari) dedicato ad Ashgabat, capitale del Turkmenistan. Intorno al decimo minuto non posso fare a meno di notare le familiari strutture a fungo che sorreggono la copertura di un mercato. E non uno qualunque: si tratta infatti del Gülistan, uno dei mercati coperti più grandi e architettonicamente importanti del Paese.
Ed eccola lì, l’architettura: puntuale, appostata dietro a un un ignaro Balini mentre si appresta ad assaggiare e a documentare tutte le spezie e i prodotti tipici del market, e pronta a rovinare anche questo - mio - tentativo di evasione.
Lei mi scruta, io faccio la vaga ma nel giro di pochi secondi la curiosità ha già vinto: il video è in pausa ed eseguo la prima googlata (ancora innocente, almeno nelle intenzioni). Apprendo così che il mercato è stato progettato e costruito, tra il 1965 e il 1982, dall’architetto russo Vladimir Vysotin nell’ambito del “Programma di ricostruzione di Ashgabat del 1970-1980” e che il complesso occupa il sito dello storico bazar sorto nei pressi della fortezza russa, attorno alla quale, dal 1881, ha iniziato a svilupparsi la città moderna. All’epoca il mercato era il luogo più frequentato della nuova Ashgabat; i mercanti provenienti dai paesi vicini, soprattutto dalla Persia, vi portavano le loro merci, ma i trasporti commerciali e l'approvvigionamento erano in gran parte gestiti dai molocani, una comunità cristiana russa insediata nell’area. Da qui il nome Russian Bazaar, rimasto nell’uso comune anche dopo la costruzione, iniziata nel 1972, del “mercato coperto № 4” denominato “Gülistan” solo nel 1996.

Vi chiederete a questo punto dove voglia andare a parare.
O forse no, visto che il titolo e le immagini potrebbero (o dovrebbero) avervelo già suggerito.
Ecco il punto: l’incredibile somiglianza del mercato coperto con Damiano dei Manes1… pardon, con il Palazzo del Lavoro di Pier Luigi Nervi, ovviamente.
L’edificio costruito tra il 1959 e il 1961 a Torino per ospitare la mostra «L’uomo al lavoro», curata da Gio Ponti, nell’ambito dell’Esposizione Internazionale indetta per celebrare il primo centenario dell’Unità d’Italia.

Urge affinare la ‘googlata’.
Inizio a cercare informazioni su questo Vysotin, architetto a me sconosciuto. I risultati sono pochi e gli omonimi moltissimi, ma alla fine, copiando e incollando parole a caso in cirillico, atterro sulla pagina Wikipedia russa a lui dedicata. Scopro così che il suo nome completo è Vladimir Nikolaevič Vysotin (Высотин Владимир Николаевич) e quanto segue relativamente al mercato coperto Gülistan:
L’opera più significativa è il centro commerciale Gülistan, situato nella parte storica del centro di Ashgabat, la cui immagine architettonica, ancora oggi priva di analoghi, costituisce uno degli elementi dominanti del paesaggio urbano. Per l’originalità della composizione, l’unità tra soluzione architettonica, strutturale ed espressiva, l’interpretazione contemporanea delle tradizioni nazionali e la maestria nell’impiego delle qualità plastiche del cemento armato monolitico, Vysotin ricevette il Premio del Consiglio dei ministri dell’URSS nel 1984.
L’originalità del paragrafo in questione, si intende, supera di diverse lunghezze quella dell’opera, dichiaratamente ‘ispirata’. Inizio quindi a cercare notizie che correlino Vladimir Vysotin a Pier Luigi Nervi e, dopo svariati tentativi, spunta un interessante articolo sul magazine Orient del quale riporto i passaggi salienti.
Durante un viaggio giovanile in Italia, nel 1965, Vladimir Vysotin rimase profondamente colpito dal Palazzo del Lavoro di Torino, costruito adottando il linguaggio del Modernismo. In particolare, fu affascinato dalle numerose mensole metalliche che si diramavano dalle colonne e riprese questa soluzione nel progetto del mercato di Ashgabat. Vysotin non realizzò una copia, ma reinterpretò creativamente il progetto dell’ingegnere italiano Pier Luigi Nervi, riuscendo ad attribuire alla struttura i caratteri della simbologia nazionale. Alzando lo sguardo verso il reticolo di nervature che sostiene la copertura, si può infatti osservare come le sedici travi a sbalzo che si diramano da ciascuna colonna siano irrigidite da elementi trasversali, formando lungo il profilo esterno una stella a otto punte2.

Lo sbalzo in cemento armato monolitico, lungo quasi dieci metri, sembra sospeso nell’aria e poggia su una possente colonna. Dieci di questi giganteschi ombrelli strutturali, accostati tra loro, formano una copertura sopra il complesso commerciale, proteggendolo dal sole e dalle precipitazioni. Una soluzione costruttiva tanto audace fu sapientemente calcolata dall’ingegnere capo del progetto, Aleksej Belov. I suoi meriti appaiono ancora più rilevanti considerando che la struttura fu realizzata in una zona ad alta sismicità.

Su chi fosse questo Aleksej Belov è purtroppo mistero fitto. Sul web non sono riuscita a reperire alcuna informazione né su di lui né sul suo operato (sì, ho provato anche in cirillico). Una cosa, però, sembra abbastanza chiara: plagio, citazione, ‘prestito creativo’ che sia - stabilirlo credo lasci oggi il tempo che trova - per reinterpretare la concezione strutturale del Palazzo del Lavoro, ricorrendo esclusivamente al cemento armato, l’ingegnere non doveva essere certo l’ultimo arrivato.
A questo punto non mi resta che mettere da parte Google e riordinare i pochi tasselli a disposizione per tentare almeno un confronto architettonico e dimensionale tra le due opere.
Quanto sarà utile farlo da uno a dieci? Mi rispondo da sola con un convinto «sì» e procedo comunque con l’esame. Per chi non avesse voglia di sorbirsi la carrellata di dati - ci sta, non mi offendo - ci rivediamo al “Tiro le somme”.


Il Palazzo del Lavoro di Torino, completato nel 1961, si sviluppa all’interno di una pianta quadrata di 158 metri per lato. La copertura è articolata in sedici moduli identici e autonomi, i cui ‘riquadri’ con lato di 38 metri, disposti in una griglia 4 × 4, coprono una superficie di 25.000 metri quadrati. Ciascun ombrello è sostenuto da un pilastro di cemento armato gettato in opera, alto 20 metri e caratterizzato da una sezione variabile, cruciforme alla base e circolare in sommità. Qui sbalza una raggiera di venti mensole d’acciaio montate in serie, mentre fasce continue di lucernari, larghe 2 metri, separano un elemento dall’altro. Il padiglione espositivo, alto complessivamente 26 metri, è chiuso lungo il perimetro da una facciata continua vetrata e comprende gallerie con solai a nervature isostatiche.
Nel mercato Gülistan di Ashgabat lo stesso principio viene adattato a una configurazione rettangolare, ridotta nelle dimensioni: dieci ombrelli monolitici di cemento armato, disposti in due file da cinque moduli, identici e indipendenti, formano una copertura lunga indicativamente 126 metri e larga 50. Come anticipato, ogni modulo è composto da sedici travi collegate da elementi trasversali che disegnano lungo il bordo una stella a otto punte.
La superficie coperta dai dieci riquadri di 24 metri per lato - comprensiva degli interstizi tra un ombrello e l’altro, occupati da elementi di copertura metallici sopraelevati che consentono l’ingresso della luce solo ai lati e proteggono dalla pioggia - dovrebbe aggirarsi intorno ai 6.300 metri quadrati. A questa si affiancano i corpi più bassi destinati a negozi e servizi, disposti attorno alla struttura e organizzati secondo un impianto a ‘U’, e il piano interrato adibito a scarico e stoccaggio attraversato da 8 pilastri su 10. I due ombrelli “liberi” si trovano sul fronte principale, animato da una vasca d’acqua con fontana allineata al piano strada.


A differenza del padiglione espositivo torinese, il mercato turkmeno rimane aperto sui lati, così da favorire la ventilazione naturale. Le poche fonti disponibili non riportano tuttavia l’altezza delle colonne che, meno plastiche e raffinate nel disegno rispetto a quelle progettate da Nervi, presentano un fusto lineare scandito da scanalature verticali e orizzontali, e una rastremazione che conserva invariata, alla base e in sommità, una sezione a stella ancora una volta a otto punte.
L’unico dato utile per stimare l’altezza delle strutture ad albero è fornito dal Bullettin n. 34 dell’International Institute for Central Asian Studies che, a pagina 94, indica in 9,5 metri l’altezza della scultura Persian Gazelle’s Cup, realizzata dall’artista turkmeno Klych Yarmamedov e collocata all’interno dell’edificio. Il confronto con le piante - visionabili qui - consente di ipotizzare che l’intradosso della copertura si trovi a una quota di circa 17 metri rispetto al basamento incassato del complesso (ossia dalla quota del piano interrato) e a circa 12 metri dal piano principale, dove si trova l’opera e viene allestito il mercato (nella foto di seguito).

Tiro le somme. (E bentornati saltatori di dati).
Il confronto, pressoché inutile ma al quale non sono riuscita a sottrarmi, restituisce due edifici molto diversi per scala e, in parte, per materiali. Se questo lo si capiva già dalle fotografie, ecco le proporzioni: il Palazzo del Lavoro copre una superficie quasi quattro volte superiore a quella del Gülistan, mentre il riquadro di un singolo modulo a ombrello ‘torinese’ è circa due volte e mezzo più grande del corrispettivo ‘turkmeno’.
Vysotin riprende evidentemente il principio strutturale e l’immagine architettonica elaborati da Nervi, riducendone le dimensioni (che rimangono tutto sommato generose), sostituendo alle mensole d’acciaio articolate nervature di cemento armato e adattando la matrice quadrata a una pianta rettangolare sufficientemente ampia per accogliere un mercato coperto liberamente attrezzabile e attraversabile.

Ed eccomi qui, giunta quasi alla fine di questo pezzo con la sensazione di aver prodotto una non-notizia, anzi, il perfetto prototipo della non-notizia: una storia sconclusionata che si esaurisce nel proprio cortocircuito (e probabilmente, dopo essermi addentrata e contestualmente persa nei meandri della versione russa di Google, anche nel mio, di cortocircuito) e la cui scarsa notiziabilità dipende dall’impossibilità oggettiva di approfondire, almeno sul web.
Per carità, si potrebbe aprire una parentesi sulle strutture dei mercati coperti o delle rimesse industriali che spesso adottano sostegni fungiformi e altre soluzioni creative in calcestruzzo per ovviare al problema degli ingombri a terra (mi vengono in mente gli ombrelli iperboloidi di Giorgio Baroni, per dirne una), soffermarsi sugli esiti brutalisti dell’architettura sovietica… ma si sconfinerebbe ulteriormente oltre il merito.


Al di là dell’evidente analogia, gli elementi a disposizione sono insufficienti per imbastire una qualche inchiesta architettonica (si scherza, naturalmente) e troppo circoscritti per attribuire alla vicenda del Palazzo del Lavoro turkmeno un peso e una rilevanza che vadano oltre la mera curiosità (forse solo quella della sottoscritta). Lungi da me, dunque, sollevare un caso, celebrare un processo postumo a Vladimir Vysotin - scomparso peraltro molto giovane, a soli 56 anni - o pronunciare sentenze sul suo operato. Mi limiterò all’ironia, che è un po’ la cifra di questo non approfondimento, lasciando che sia il già menzionato cortocircuito a chiudere il cerchio, accompagnato dalla seguente riflessione.
Nel trasporre il sistema del Palazzo del Lavoro alla maniera sovietica, affidandosi esclusivamente al cemento armato, Vysotin e Belov ottennero una struttura più massiccia, più articolata e - presumibilmente - più complessa da calcolare.
Il paradosso? È nel modello scelto, il quale rappresenta un’eccezione nella prolifica parabola di Pier Luigi Nervi: l’ingegnere più famoso del mondo che fondò il proprio linguaggio sulla plasticità del calcestruzzo, sulle volte sottili, sull’economia dei tavelloni di ferrocemento e delle nervature isostatiche, sulla corrispondenza biunivoca nonché poetica tra forma strutturale e forma architettonica.
Il padiglione torinese, per quanto maestoso e al contempo essenziale nelle sue linee, è infatti una delle pochissime opere realizzate da Nervi mediante l’impiego di acciaio - determinante in questo caso per resa grafica, leggerezza e tempi ridottissimi di montaggio in opera - e progettata insieme al figlio Antonio Nervi e a Gino Covre, all’epoca autorevolissimo ingegnere nel campo delle costruzioni metalliche.
Insomma, nel tentativo di incarnare la modernità, i due russi guardarono all’opera meno ‘nerviana’ di tutte per rifarla loro, a modo loro, in cemento armato.
E se non è un geniale cortocircuito questo…
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Il riferimento è all’ottagramma tradizionale turkmeno, ossia alla stella di Oghuz Khan, il leggendario capostipite dei popoli oghuz, dai quali discendono i turkmeni.




